Filosofeggiare: parlare, discutere, esprimersi, conoscersi, conoscere... l'amore per la sapienza passa attraverso le esperienze, le ispirazioni, i sentimenti, propri e quelli condivisi e appresi dagli altri. E' questa la motivazione che mi ha spinto ha creare questo blog... spazio e tempo di scambio per pensieri e parole.
martedì 17 gennaio 2012
Lo steccato
Avevo scritto questo post durante la scorsa estate, in seguito alla lettura di un blog che parlava dei tanti difetti dei meridionali scritti da un meridionale nato al nord. Lo avevo rimosso, poiche' mi sembrava che si erano ventilate mascheratamente pretese di diritti di autore suppongo, non so in base a cosa honestly (e poi uno dice che i blogger dovrebbero essere un tantino piu’ liberali dei normali scrittori-giornalisti!), forse in base al fatto che l'altro blogger parla solo di questi argomenti? (quindi tutti coloro che parlano dell'eterna diffidenza Nord Sud dovrebbero citarlo? Francamente mi sembra un po' troppo!). Ho vissuto le esperienze che descrivo, tutte autentiche, nessuna inventata, a caldo sulla mia pelle e non su quella di qualcun altro. Anche le iperboli che uso sono le mie, fanno parte di un sarcasmo che cerca di sdrammatizzare soprattutto questo argomento e questo scampolo abbastanza lungo della mia vita (13 anni di fila, sicuramente troppi). Avevo cancellato questo post, per paura di aver urtato l’altrui sensibilita’, artistica e non solo. Poi mi sono ricordato di un personaggio della Recherche e mi sono detto: “ Non credo di dover dar conto a qualcuno di quello che mi e’ capitato”. Dilettandomi di Proust che cito in questo post, a volte penso che dovrei comportarmi come il barone di Charlus, non per le sue tendenze sessuali, ma per quanto riguardo il suo acuto menefreghismo nei confronti di chi ti rompe i coglioni. Alla fine credo che l’interpretazione che ne diede Malkovich nel film di Ruiz fosse molto corretta. Morale della favola: Futtatinn! (scusate il termine dialettale).
Inciso: Dedico questo posto a tutti i meridionali al nord con cui ho condiviso momenti belli della mia permanenza torinese, e che mi hanno fatto sentire il vivere a Torino, come se fossi a casa.
)
Ammetto con estrema facilita’ che nei tanti anni che ho vissuto al Nord, le persone che meno sopportavo erano i figli dei meridionali nati al Nord (ad essere sincero sopportavo poco anche i loro genitori in svariati casi).
Ricordo all’inizio della mia esperienza torinese, di aver condiviso la mia camera di collegio con un compagno di corso piemontese, e che in quel collegio eravamo per meta’ meridionali “doc’, per meta’ piemontesi “doc”. Ricordo che tra noi ci si studiava (oltre che studiare o far finta di studiare le cose per cui si era li) e ci si conosceva. Certo c’erano i paraocchi tipici: tu le mangi le mozzarelle, tu l’ascolti ancora Peppino di Capri (Gigi D’Alessio era allora un emerito sconociuto), al tuo paese urlano tutti per strada... oppure nell’altro versante ma e’ vero che al Nord i genitori se ne fottono dei figli, e’ vero che siete tutti atei e filocomunisti, e’ vero che le famiglia si sfasciano come neve al sole etc... insomma le sagre del luogo comune.
Dopo un mese di convivenza, pacifica a volte, riottosa in altri, ognuno si incanalava nelle proprie amicizie ed affinita’, e la barriera iniziale terrone-polentone veniva disciolta, con la creazione dei gruppetti che avevano nella condivisione degli interessi e dei fini il loro mezzo aggregante. Per cui dopo meno di un mese ero tra i metallari, tra cui ricordo un allucinante bassista sardo, uno strampalato nuotatore piemontese, il mio compagno di stanza che amava la techno ma anche il metal (era un veltroniano, ma ancora non lo sapeva) e altri elementi che come me desiderano bombardarsi le orecchie a 19 anni con le chitarre distorte. C’era il gruppo ovviamente che giocava a carte, quello che si dava al cazzeggio totale, quello che la gnocca prima di tutto, le ragazze che si coalizzavano per il predominio della stanza TV per evitare che si guardasse calcio 26 su 24 8 giorni su 7... etc. etc. etc.
L’esperienza “multiculturale” fu ripetuta in un collegio successivo l’anno seguente, abbastanza tra i banchi dell’universita’ dopo. Devo dire, che in ogni caso, dopo l’iniziale mese in cui venivo etichettato con mozzarella, mandolino, pummarola ‘ncoppa, dal nordico puro, poi venivo visto come quello che ero: miei pregi, miei difetti, mio passato, mie idee sul futuro.
Certo immancabilmente in ogni posto pubblico in cui entravo per la prima volta, per tutta il periodo di residenza piemontarda, tutti li a chiederti: “Ma sei mica sardo?” Per 13 anni e mezzo, dire ogni santa volta : “No sono pugliese” , ti sfracassava il cazzo alla grande (ovviamente non perche’ ti stanno sul culo i sardi), e loro che idiotamente continuano: “E come mai hai questo accento sardo?”... e tu li che scoppi dalla voglia di rispondere: “per la stessa ragion per cui tuo padre e tua madre, una determinata notte forarono quel maledetto profilattico!”. Vorrai mica spiegar loro che la Puglia ha due differenti macroregioni linguistico-dialettali, e che io sono nato sulla linea che le demarca, avendo questa cadenza che non e’ ne’ barese ne’ salentina assomigliante un po’ al sardo! Perdindirindina, vuoi spiegare al tabaccaio, o al dipende della ASL uno dei passaggi piu’ interessanti dell’esame di dialettologia delle facolta’ di lettere! Rischi che al posto delle sigarette ti prendono per uno psicopatico che vuole qualche sostanza stupefacente nella loro dolce bottega o nel loro immarcescibile ufficio. Allora non ti resta che ignorarli o prenderli per il culo (adducendo una quasivoglia cazzata che colleghi l’accento ad una fantomatica lunga permanenza in Sardegna, magari in una localita’ da ricconi o in qualche sperduto paesino della Barbagia) si sa il provincialismo ha molti modi per esprimersi, non solo quello del pettegolezzo terronico.
Ma questo, per chi decide di andare a vivere a Torino (o al Nord in generale) e viene dal Sud e ha un lievissimo accento borbonico, deve farsene una ragione. Certo se poi ti capita di sbagliare un congiuntivo apriti cielo! E’ una esperienza che frustra il giovane e rispettoso trapiantato nella terra delle partite iva. Per fortuna a me non e’ mai capitato e se fosse capitato, avrebbero dovuto provarci appena a farmelo notare, li avrei sotterrati con i loro strafalcioni tipici!
Ma torniamo al figlio del meridionale. Come dicevo se con il nordico, ci metti al piu’ un mese per fargli capire se sei uno che rientra o meno nei suoi canoni “meridionalici” da film vanziniano, con il trapiantato ci metti molto di piu’ e a volte non ti basta una vita. Con loro ti senti sempre chiuso in una definizione, sembra che vogliano rinchiuderti in un cassetto. Puoi amare i Metallica, cosi come tuo padre puo aver suonato la chitarra elettrica amando i Led Zeppelin, loro dubitano... credono che tu di nascosto ascolti Gigi D’Alessio e che in pubblico devi smarcarti mostrando gusti un pochino piu’ internazionali. Puoi leggere la Recherche di Proust e amare Platone, loro credono che in fondo ti sei comprato quei libri, ma solo per farne mostra in casa, nel migliore dei casi e’ un segno di emancipazione ora che vivi nella civilta’, in realta’ appena torni al paese, il tuo argomento letterario torna ad essere la scappatella di qualche ragazza di paese, nel migliore di casi ti si concede il fatto che tu possa discorrere di Jose’ Mourinho e delle sue massime filosofiche sul terzino fluidificante che fa il centrattacco.... altro che il divino Marcel e la filosofia dell’anima! Si l’anima de li ..... tua!
Il figlio del meridionale al nord, dubita sempre se tu sei un trapiantato, soprattutto se non rientri nei suoi canoni di terrone. C’e’ qualcosa che non quadra, gli scombussoli i suoi piani. Lui ha questa linea di demarcazione. Dopo qualche anno, cominci a capirli e a indulgere nei loro confronti, un po’ anche tu trapiantato cominci a costruire lo steccato, per cui per dimostrare che sei un civile, butti da un lato alcune cose, dall’altro lato alcune altre... e cominci a vivere stando sullo steccato e giustificando le tue azioni, una volta poiche’ le prendi dal lato destro, un’altra volta perche’ le prendi dal lato sinistro. In quel momento capisci che essere italiani, specie se non vivi nella terra delle tue origini e’ una cosa non proprio semplicissima, e in quel momento ti viene spontaneo il liberatorio "iatavinn a fancul", facilmente comprensibile anche dal fiero altoatesino e dal francofono valdostano. "Ora che da terrone vivo all’estero, mi sento piu’ a casa che nel Nord Italia. Per cui cari terroncelli, se avete voglia di abbandonare la vostra regione, emigrate in un posto che ne valga la pena (aggiunto nella seconda versione)".
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