giovedì 23 febbraio 2012

The limits of control


Esistono dei registi che sono un marchio di affidabilita’… non ti deludono mai. Sono pochi a dire il vero, almeno per quanto riguarda i miei gusti personali (sono un fan di Cronenberg e Carpenter, pero’ ammetto che qualche volta questi due geni mi hanno deluso), fra loro c’e’ Jim Jarmusch.
Il cinema del cineasta americano non e’ di facile approccio, per il semplice fatto che e’ costituito da film lenti, e in un periodo storico in cui i montaggi sono da voltastomaco, ammetto che la lentezza sia alquanto indigesta per la stragrande maggioranza del pubblico abituato ai videoclip di 2 ore. Con cio’ non voglio fare lo snob cinefilo tipicamente italiota, ma dare un segnale che possa facilitare la visione di film che nel caso del Jarmusch, lasciano il segno.
Tra gli ultimi suoi che sono riuscito a vedere c’e’ “Limit of control” del 2009, che in Italia credo non sia neanche entrato nella normale distribuzione (e quando mai!) cinematografica. Le storie come sempre minimaliste a cui il buon Jim ci ha abituati hanno delle assonanze molto “orientali” e/o “filosofiche”, a volte persino esplicite nei titoli o comunque negli incipit, o nei nomi dei personaggi (e non a caso Ghost Dog e Dead Man sono emblematici in questo quadro). La tematica del viaggio, e’ forse una costante della sua poetica, viaggio inteso non solo come semplice smarrirsi in qualche posto, ma cammino filosofico se non anche iniziatico a cui i suoi protagonisti si sottopongono per propria volonta o per chiamata divina (?). Nell’ultimo movie alcuni riferimenti alla disciplina interiore, alla meditazione, alla tenuta dei limiti, al sentiero di ascesa spirituale dell’essere umano, sembrano talmente palesi e cosi’ poco velati tanto da mostrarci ancora piu’ esplicitamente un pensiero che Jarmusch vuole comunicarci da decenni.
Limit of control ha comunque nella potenza della fotografia e delle scenografie (molte naturali e non ricostruite) la capacita’ di attarre a se lo spettatore e di accompagnarlo in questo tunnel di attese e incontri con personaggi eccentrici, che si confrontano con il protagonista con una forza dirompente attraverso poche parole, avendo questa capacita’ osmotica, qualora se ne abbia la pazienza, di sostituire al protagonista lo spettatore. I risultati se ci si lascia andare, saranno sicuramente notevoli.

mercoledì 1 febbraio 2012

Valore legale della laurea: discutiamone

Faccio una premessa: sono teoricamente per l’abolizione del valore legale della laurea (e scrivero’ il mio post piu’ lungo di sempre, spero non molliate la lettura prima di averla conclusa). Non ho mai amato nel corso della mia lunga vita da studente che si e’ conclusa a 28 anni con il dottorato (per cui sono uno sfigato per meta’), le prese di posizione a favore del titolo di studio a prescindere. La rincorsa ad esso, in quando conditio sine qua non per accedere ad una posizione in un corcorso pubblico poi (in questi giorni di questo si parla, tanto per tenere la barra del ragionamento fermo) l’ho reputata sempre e solo una bruttura della nostra societa’. Mi spiace dire cio’, non lo faccio a cuor leggero, perche’ so benissimo quanti sacrifici si facciano sia come studenti, sia come genitori per poter studiare. Pero’ e’ anche vero che studiare per la sola possibilita’ di accedere ad un concorso pubblico, oltre ad essere una delle soluzioni piu’ irrazionali nell’affrontare una vita, e’ una delle piu’ negative esperienze che si possano fare, soprattutto se allo studio, o all’argomento di studio che si affronta non si e’ portati o appassionati, perche’ al di la’ dell’universita’ poi, ci saranno quelli che sono appassionati dello studio o di quella materia o di quel settore, e li vedrai passare sempre piu’ determinati perche’ effettivamente motivati. Questo tutto in linea teorica, ora vediamo in pratica. Tra le idee che si ventilano per la nuova riforma (che sembra aver spaccato questo governo e che per questo motivo il suo capo, ha deciso di affrontare piu’ in la') ve ne sono alcune: 1-Togliere valore legale al voto. 2-Togliere valore legale tout court (salvo per quelle ove si richiedono specifiche competenze come ingegneria o medicina), quindi anche una specie di svalutazione della laurea piena (3+2) a quella di primo livello (la laurea che tiene contente le suocere per intenderci). 3-Dare preminenza all’universita’ di provenienza ove ci si e’ laureati (scartando il voto e il settore) per la valutazione del candidato nel concorso. A livello pratico al momento direi che si possa mettere in pratica il punto 1 soltanto. Non credo che un governo a scadenza come questo debba inoltrarsi in una riforma epocale di questo tipo. Spiego anche il motivo per cui sono a favore del punto 1. Sappiamo benissimo che ci sono universita’ che sono piu’ generose di altre nel dare voti di laurea. Ne ho gia’ parlato del perche’ di tutto cio’ e su cui non voglio tornare. Il governo, nei suoi esponenti piu’ sensibili al tema, come il ministro interessato, propendono per la terza soluzione, e in una intervista pre-nomina, ammetteva: “bisogna mescolare il sangue”. Allora, facendo due piu due, dico subito che se si vuole andare su quella strada: a) non deve essere un governo a breve respiro come questo a fare una simile cosa; b) bisogna ragionarci su almeno un annetto e fare qualcosa che riguardi il mondo universitario nel suo complesso e non propenda per la solita soluzione che avvantaggia il nord del paese. Ebbene si, perche’, una riforma che dia attuazione al punto 3 fatta in fretta e furia (almeno nelle apparenze) e’ palesamente una riforma che va in una sola direzione: non rendere piu’ liberale e meritocratico l’accesso alle cariche della pubblica amministrazione, ma rendere ancora piu’ ricche le solite universita’ che gia’ ogni anno, oltre al loro bacino naturale di utenza (i giovani del loro territorio) attingono a quelle di altre regioni. Premetto che sono d’accordo con il ministro che attraverso il mescolamento del sangue, si migliorano le societa’, che cosi’ facendo si arricchiscono oltre che di donne e uomini, di idee e volonta’ (il Canada ove vivo ne e’ la dimostrazione lampante), mi piacerebbe non vedere soltanto ogni anno i soliti 23mila studenti che prendendo il treno (o quello che resta di loro) lasciano il sud e vanno al nord. Allora se mescolamento deve essere (per arricchire tutti e non solo una parte del paese come al solito) mi piacerebbe vedere anche un flusso contrario (dato che nella prima uscita pubblica come ministro lo stesso ha anche asserito che la priorita’ e’ il Sud, allora ministro sia controcorrente sino in fondo e dia un segnale di discontinuita’ rispetto all’andazzo degli ultimi decenni). Con il ministro precedente, di cui non ricordo il nome, si comincio’ a valutare le universita’ attraverso una agenzia chiamata anvur, a sua volta chiamata a stimare una classifica degli atenei virtuosi, in modo da assegnare i soldi ministeriali del FFO (fondo di finanziamento ordinario degli atenei) oltre che in base al numero delle immatricolazione (e qui abbiamo visto gia’ chi se ne avvantaggia) anche in base a criteri meritocratici. Ora come sia stata stilata questa classifica, non me ne frega francamente molto al momento, dato che ci sono diverse classifiche al mondo (universalmente riconosciute) e tutte tra loro non propriamente in accordo (tra l’altro il posizionamento delle universita’ italiane nella QS world ranking, sono tutte ben oltre il 100esimo posto e non rispecchia nel posizionamento quella dell’Anvur) e tutte differiscono poiche’ si prendono in esame alcuni parametri piuttosto che altri valutandoli ognuno in modo diverso. Per cui se gia’ sulle classifiche tecniche e internazionale non c’e’ conguita’ immaginiamoci su quella stilate da organismi filogovernativi. Adesso esulero’ un po’ dal tema, ma per fare un inciso. Se ci riferiamo al governo passato che volle fare la classifica dei buoni e dei cattivi per le universita’, e nel campo dell’ istruzione, si distinse oltre che per le tante cose di cui si e’ ampiamente discusso per tre anni, per la sua rimozione dai programmi di letteratura delle superiori di quasi tutti i poeti, scrittori e commediografi meridionali ... premi nobel come Pirandello, Quasimodo, Deledda, filosofi di fama mondiale come Sciascia incluso, per me quella classifica non e’ assolutamente da prendere in considerazione, perche’ macchiata in nascita da malafede. E poi chi mi assicura che quando mi presento al concorso, anche tenendo buona la bonta’ della classifica (come dimostrato ampiamente condizionabile dagli interessi delle forze politiche), la mia universita’ che 10 anni fa era tra le prime ora non sia tra le peggiori e viceversa. Quindi in linea teorica esisterebbe una mobilita’ di detta classifica, non ci si stratifica per secoli in delle posizioni (le classifiche internazionali vengono stilate ogni anno, e al loro interno si notano differenze di posizionamento ogni anno, alcune minime, altre molto piu' marcate). Per cui diciamocelo chiaro, le universita’ migliori per giudizio e per pregiudizio sono preponderatamente al Nord, pero’ dobbiamo fare in modo do mescolare il sangue per dirla con il ministro (con cui concordo)... quindi se si vuol far crescere il Sud come si fa? La risposta e’ semplice, ma di difficile attuazione... mandare un po’ di gente lontano da casa, perche’ per crescere non bisogna stare fino a 25, 28, 30 anni vicino a mamma e papa’ (come dice qualcuno in questi giorni parlando di questa possibile riforma), sempre nel proprio paesello o quartiere; pero' dato che migliaia di meridionali gia’ lo fanno, la mamma e il papa’ dovrebbe cominciarla a lasciarla anche chi fa la sede decentrata in provincia nell’universita’ "virtuosa" del Nord. Per carita’ ci saranno sicuramente anche studenti settentrionali che si muovono da casa ma saranno di un ordine di grandezza inferiore ai 23mila meridionali, magari vanno a fare un master all’estero o un anno di erasmus, si muovono dal Veneto al Piemonte, ma non c'e' molta comparabilita' col numero che ho tirato fuori prima (e nessuno va al Sud poiche' teoricamente e' un ambiente universitario meno appetibile). Arriviamo alla morale. Caro ministro, se ci accontentiamo come primo passo (e direi che al momento possa bastare) di una piccola spinta al sistema, allora direi che si puo’ togliere il valore legale del voto. Se lei mi assicura che il suo governo durera’ almeno due anni, allora prima di tutto bisogna eliminare le sedi decentrate degli atenei (virtuosi e non, a prescindere insomma), usare quelle risorse per l’assistenza ai piu’ meritevoli e piu’ bisognosi (borse di studio, collegi) si chiama redistribuzione delle risorse ed equita' sociale, non solo territoriale, fare in modo che ad ogni scatto di carriera i ricercatori e i professori siano obbligati a cambiare sede universitaria e non a restare sempre nella stessa. E’ inimmaginabile fare laurea, dottorato, assitant, associate e full professor tutto in una sola universita’ negli USA, in UK e in Canada (i tre paesi che si dividono quasi totalmente la torta delle prime 100 posizioni nei ranking internazionali universalmente riconosciuti). O mescoliamo tutto e tutti, o si ricade nell’errore dell’altro governo, seppur questa volta in buona fede (togliere e continuare a togliere al Sud quanto piu’ possibile per dare al Nord). Se cosi' fosse in questo panorama si aggiunge anche la mirabolante legge regionale del Piemonte, che oltre ad accogliere ogni anno migliaia di studenti dal Sud (quindi migliaia di euro in entrate tra affitti in nero, tasse universita’ consumi etc.), ha diminuito le loro possibilita’ di usufruire di borse di studio (che al massimo coprirebbero non piu’ di 1/3 di tutte le spese) perche’ non nativi della regione ove compiono il corso di studio. (Cornuti e mazziati). Se si imbocca questa strada sul serio, allora si deve riformare tutto il sistema. Parliamone.

giovedì 19 gennaio 2012

In omaggio a Terraferma di Emanuele Crialese

Ho visto il film di Emanuele Crialese “Terraferma” il giorno prima che venisse segato dalla lista dei film in odor di Oscar come pellicola straniera per l’anno in corso. Premetto che non sono tra quelli che reputano la bonta’ dei film direttamente proporzionale alla quantita’ di premi che essi debbano vincere (e viceversa) a questo o quel festival, ne’ tantomeno alla quantita’ delle tanto acclamate statuette losangeline, pero’ la cosa mi e’ dispiaciuta molto, poiche’ questo film non ha nulla da invidiare ai film stranieri che sono stati premiati negli ultimi anni. Fatto sta che l’Italia da piu’ di 10 anni non porta a casa questo ambito premio, che con tutte le pinze del caso, serve soprattutto a dare visibilita’ e un certo prestigio al cinema nazionale. In questi dieci anni, molte volte mi e’ capitato di parlare con tanti amici o semplici conoscenti, riguardo la situazione del cinema italiano, e molte volte mi veniva detto: “L’ultimo film italiano di successo e’ stato “La vita e’ bella” di Benigni, dopo di che il buio”. Io non condivido per nulla questa definizione, in questi dieci anni il cinema italiano non ha realizzato centinaia di capolavori, ma sicuramente una decina di pellicole che potevano ambire alla statuetta e 3 o 4 che potevano bellamente vincerla ce ne sono state; allo stesso tempo le mayor di distribuzione americane (che senz’altro facilitano la possibilita’ di vittoria di un film straniero alla notte degli oscar qualora decidano di promuovere la distribuzione di un film straniero in Nord America), hanno deciso si snobbare i lavori italiani (per carita’ avranno avuto i loro buoni motivi) dell'ultimo decennio. Crialese per esempio, e’ un ottimo regista che ha realizzato 3 opere di valore (“Respiro” e “Nuovomondo” sono dei gioiellini), tra cui l’ultimo “Terraferma” con una superlativa capacita’ di scrivere storie che riguardano gli ultimi, gli umili, gli emarginati, i perdenti con i loro aneliti di liberta’ e di riscatto, miscelando molto dolore ma anche molta vitalita’ in ognuno dei suoi personaggi . Tra i film dell’ultimo decennio da ricordare e gustarsi con un certo orgoglio e che reputo di livello tale da potersi permettere un premio internazionale di tutto rispetto, dal successo “Benignano” ad oggi ci includo non solo quest’ultimo del cineasta siciliano ma anche : “L’ora di religione”, “La meglio gioventu’”, “La prima cosa bella”, “Centochiodi”, “Il mestiere delle armi”, “Il cuore altrove”, “Il resto di niente”, mi lancio e dico che persino Moretti con “Habemus papa” poteva aspirare ad un successo che andasse oltre la gauche transalpina. Se vogliamo scendere di un gradino, ma tenere contento il pubblico straniero per via della descrizione degli stereotipi italici allora ricorderei “1960” di Salvatores e “Gli amici del bar Margherita” oppure “Il regista di matrimoni”, se proprio si vuol andare sul sicuro che tanto piace all’estero. E’ esistito poi in questi dieci anni un cinema fatto da giovani autori che ha dato lavori interessanti, pero’ senza ottenere una buona distribuzione nelle sale (salvo pochi casi come “Il divo”), ergo un buon successo di pubblico. Nonostante tutto, in generale io sono speranzoso per il cinema italiano del futuro, poiche’ di film che ci hanno spinto a riflettere sulla nostra storia recente se ne sono fatti a sufficienza, cosi’ come di film che ben rappresentano le tematiche piu’ importanti delle vicende borderline di molti italiani anche (ed in questo “Terraferma” ne e’ un emblema), oppure che sono andati a scandagliare la storia non piu’ recente (ed in questo il Giovanni delle Bande Nere di Olmi e la Eleonora Pimental de Fonseca della De Lillo sono degli esempi calzantissimi ed emblematici). Di sicuro si poteva prentendere di piu’ (non dal punto di vista dei premi ma della quantita’ di buoni film), e su questo sono d’accordissimo, ma ricordo anche, che la fabbrica cinematografica holliwoodiana, con volumi di produzione che sono di un ordine di grandezza (se non due) piu’ alti del cinema italiano, non produce lavori interessanti in proporzione agli stessi ordini di grandezza di produzione... per cui io il bicchiere lo vedo mezzo pieno, e spero che Crialese possa portare il suo cinema in giro per il mondo nei prossimi decenni, che Antonella De Lillo continui sulla scia poetico-storica intrapresa con il suo “Il resto di niente”, che Martone (grande regista teatrale, che nel poco tempo libero gira ottimi lavori cinematografici) ci dia qualche altra perla come il suo ultimo “Noi credevamo” etc. etc. p.s.: sicuramente avro’ dimenticato qualche autore, qualche film, forse non ho visto dei film che meritano. Chi vuole puo’ lasciare nei commenti suggerimenti.

martedì 17 gennaio 2012

Lo steccato

Avevo scritto questo post durante la scorsa estate, in seguito alla lettura di un blog che parlava dei tanti difetti dei meridionali scritti da un meridionale nato al nord. Lo avevo rimosso, poiche' mi sembrava che si erano ventilate mascheratamente pretese di diritti di autore suppongo, non so in base a cosa honestly (e poi uno dice che i blogger dovrebbero essere un tantino piu’ liberali dei normali scrittori-giornalisti!), forse in base al fatto che l'altro blogger parla solo di questi argomenti? (quindi tutti coloro che parlano dell'eterna diffidenza Nord Sud dovrebbero citarlo? Francamente mi sembra un po' troppo!). Ho vissuto le esperienze che descrivo, tutte autentiche, nessuna inventata, a caldo sulla mia pelle e non su quella di qualcun altro. Anche le iperboli che uso sono le mie, fanno parte di un sarcasmo che cerca di sdrammatizzare soprattutto questo argomento e questo scampolo abbastanza lungo della mia vita (13 anni di fila, sicuramente troppi). Avevo cancellato questo post, per paura di aver urtato l’altrui sensibilita’, artistica e non solo. Poi mi sono ricordato di un personaggio della Recherche e mi sono detto: “ Non credo di dover dar conto a qualcuno di quello che mi e’ capitato”. Dilettandomi di Proust che cito in questo post, a volte penso che dovrei comportarmi come il barone di Charlus, non per le sue tendenze sessuali, ma per quanto riguardo il suo acuto menefreghismo nei confronti di chi ti rompe i coglioni. Alla fine credo che l’interpretazione che ne diede Malkovich nel film di Ruiz fosse molto corretta. Morale della favola: Futtatinn! (scusate il termine dialettale). Inciso: Dedico questo posto a tutti i meridionali al nord con cui ho condiviso momenti belli della mia permanenza torinese, e che mi hanno fatto sentire il vivere a Torino, come se fossi a casa. )
Ammetto con estrema facilita’ che nei tanti anni che ho vissuto al Nord, le persone che meno sopportavo erano i figli dei meridionali nati al Nord (ad essere sincero sopportavo poco anche i loro genitori in svariati casi). Ricordo all’inizio della mia esperienza torinese, di aver condiviso la mia camera di collegio con un compagno di corso piemontese, e che in quel collegio eravamo per meta’ meridionali “doc’, per meta’ piemontesi “doc”. Ricordo che tra noi ci si studiava (oltre che studiare o far finta di studiare le cose per cui si era li) e ci si conosceva. Certo c’erano i paraocchi tipici: tu le mangi le mozzarelle, tu l’ascolti ancora Peppino di Capri (Gigi D’Alessio era allora un emerito sconociuto), al tuo paese urlano tutti per strada... oppure nell’altro versante ma e’ vero che al Nord i genitori se ne fottono dei figli, e’ vero che siete tutti atei e filocomunisti, e’ vero che le famiglia si sfasciano come neve al sole etc... insomma le sagre del luogo comune. Dopo un mese di convivenza, pacifica a volte, riottosa in altri, ognuno si incanalava nelle proprie amicizie ed affinita’, e la barriera iniziale terrone-polentone veniva disciolta, con la creazione dei gruppetti che avevano nella condivisione degli interessi e dei fini il loro mezzo aggregante. Per cui dopo meno di un mese ero tra i metallari, tra cui ricordo un allucinante bassista sardo, uno strampalato nuotatore piemontese, il mio compagno di stanza che amava la techno ma anche il metal (era un veltroniano, ma ancora non lo sapeva) e altri elementi che come me desiderano bombardarsi le orecchie a 19 anni con le chitarre distorte. C’era il gruppo ovviamente che giocava a carte, quello che si dava al cazzeggio totale, quello che la gnocca prima di tutto, le ragazze che si coalizzavano per il predominio della stanza TV per evitare che si guardasse calcio 26 su 24 8 giorni su 7... etc. etc. etc. L’esperienza “multiculturale” fu ripetuta in un collegio successivo l’anno seguente, abbastanza tra i banchi dell’universita’ dopo. Devo dire, che in ogni caso, dopo l’iniziale mese in cui venivo etichettato con mozzarella, mandolino, pummarola ‘ncoppa, dal nordico puro, poi venivo visto come quello che ero: miei pregi, miei difetti, mio passato, mie idee sul futuro. Certo immancabilmente in ogni posto pubblico in cui entravo per la prima volta, per tutta il periodo di residenza piemontarda, tutti li a chiederti: “Ma sei mica sardo?” Per 13 anni e mezzo, dire ogni santa volta : “No sono pugliese” , ti sfracassava il cazzo alla grande (ovviamente non perche’ ti stanno sul culo i sardi), e loro che idiotamente continuano: “E come mai hai questo accento sardo?”... e tu li che scoppi dalla voglia di rispondere: “per la stessa ragion per cui tuo padre e tua madre, una determinata notte forarono quel maledetto profilattico!”. Vorrai mica spiegar loro che la Puglia ha due differenti macroregioni linguistico-dialettali, e che io sono nato sulla linea che le demarca, avendo questa cadenza che non e’ ne’ barese ne’ salentina assomigliante un po’ al sardo! Perdindirindina, vuoi spiegare al tabaccaio, o al dipende della ASL uno dei passaggi piu’ interessanti dell’esame di dialettologia delle facolta’ di lettere! Rischi che al posto delle sigarette ti prendono per uno psicopatico che vuole qualche sostanza stupefacente nella loro dolce bottega o nel loro immarcescibile ufficio. Allora non ti resta che ignorarli o prenderli per il culo (adducendo una quasivoglia cazzata che colleghi l’accento ad una fantomatica lunga permanenza in Sardegna, magari in una localita’ da ricconi o in qualche sperduto paesino della Barbagia) si sa il provincialismo ha molti modi per esprimersi, non solo quello del pettegolezzo terronico. Ma questo, per chi decide di andare a vivere a Torino (o al Nord in generale) e viene dal Sud e ha un lievissimo accento borbonico, deve farsene una ragione. Certo se poi ti capita di sbagliare un congiuntivo apriti cielo! E’ una esperienza che frustra il giovane e rispettoso trapiantato nella terra delle partite iva. Per fortuna a me non e’ mai capitato e se fosse capitato, avrebbero dovuto provarci appena a farmelo notare, li avrei sotterrati con i loro strafalcioni tipici! Ma torniamo al figlio del meridionale. Come dicevo se con il nordico, ci metti al piu’ un mese per fargli capire se sei uno che rientra o meno nei suoi canoni “meridionalici” da film vanziniano, con il trapiantato ci metti molto di piu’ e a volte non ti basta una vita. Con loro ti senti sempre chiuso in una definizione, sembra che vogliano rinchiuderti in un cassetto. Puoi amare i Metallica, cosi come tuo padre puo aver suonato la chitarra elettrica amando i Led Zeppelin, loro dubitano... credono che tu di nascosto ascolti Gigi D’Alessio e che in pubblico devi smarcarti mostrando gusti un pochino piu’ internazionali. Puoi leggere la Recherche di Proust e amare Platone, loro credono che in fondo ti sei comprato quei libri, ma solo per farne mostra in casa, nel migliore dei casi e’ un segno di emancipazione ora che vivi nella civilta’, in realta’ appena torni al paese, il tuo argomento letterario torna ad essere la scappatella di qualche ragazza di paese, nel migliore di casi ti si concede il fatto che tu possa discorrere di Jose’ Mourinho e delle sue massime filosofiche sul terzino fluidificante che fa il centrattacco.... altro che il divino Marcel e la filosofia dell’anima! Si l’anima de li ..... tua! Il figlio del meridionale al nord, dubita sempre se tu sei un trapiantato, soprattutto se non rientri nei suoi canoni di terrone. C’e’ qualcosa che non quadra, gli scombussoli i suoi piani. Lui ha questa linea di demarcazione. Dopo qualche anno, cominci a capirli e a indulgere nei loro confronti, un po’ anche tu trapiantato cominci a costruire lo steccato, per cui per dimostrare che sei un civile, butti da un lato alcune cose, dall’altro lato alcune altre... e cominci a vivere stando sullo steccato e giustificando le tue azioni, una volta poiche’ le prendi dal lato destro, un’altra volta perche’ le prendi dal lato sinistro. In quel momento capisci che essere italiani, specie se non vivi nella terra delle tue origini e’ una cosa non proprio semplicissima, e in quel momento ti viene spontaneo il liberatorio "iatavinn a fancul", facilmente comprensibile anche dal fiero altoatesino e dal francofono valdostano. "Ora che da terrone vivo all’estero, mi sento piu’ a casa che nel Nord Italia. Per cui cari terroncelli, se avete voglia di abbandonare la vostra regione, emigrate in un posto che ne valga la pena (aggiunto nella seconda versione)".

lunedì 16 gennaio 2012

A difesa del libro, contro l'e-book

Il magico mondo di internet si apri' definitivamente nella mia vita in un uggioso pomeriggio autunnale del 2000; anche se ne conoscevo l`esistenza dal lontano 1995 quando dalla postazione internet (unica) del mio ITIS andavamo a cercare qualche sito di musica coi miei compagni di classe. Uno dei miei coinquilini, in quel pomeriggio, nei laboratori informatici della mia universita' disse: "Perche' non apri anche tu una casella di posta elettronica?". Tra il lusco e il brusco, ma tra tanto scetticismo dissi si. Mi sembrava una cosa mentalmente contorta avere una casella di posta elettronica... mi dicevo: scomparira' tutta la mia bella corrispondenza in carta coi miei amici (allora) sparsi per la sola Italia, pero' dai ne guadagnero' in velocita` di contatto... ecco velocita', il concetto che fece scattare la molla. Dopo 12 anni mi accorgo di come la posta elettronica altro non sia che un mezzo per farti lavorare di piu' e come il tempo l`abbiano risparmiato coloro che ti danno lavoro e non tu. Ma allo stesso tempo e' diventato uno strumento di tortura anche per coloro che dovrebbe giovarnese, dato che invece che parlare di persona, nelle aziende di ogni specie e livello si preferisce mandare una email dai propri pari livelli ai propri sottoposti, alienandosi sempre di piu nei rapporti personali. Certo ci sono i lati positivi, specie per chi vive lontano dalla propria patria come me. L'email e' solo un esempio. A volte mi sobbalza in mente l'idea che tutta sta tecnologia dell'informazione sia una presa per il culo, altro che nobel per la pace a internet (a proposito ma a chi era venuta questa strampalata idea... qualcuno dira'..ma digita su google e lo scoprirai... quanto sei arretrato!!). Ed e` cosi' che piano piano la rete e le sue diavolerie hanno permeato le nostre vite, togliendoci i nostri vecchi feticci (cd, dischi, vinili, VHS, DVD, giornali, riviste, enciclopedie etc.) trasportando musica, film, notizie, pettegolezzi, cazzate, cose serie, tutto in un enorme calderone, che stando ai suoi astanti dovrebbe facilitare la via alla conoscenza delle masse... ok non discuto che sia vero, va bene, ma bisognerebbe anche elencare i difetti di un tale calderone.. pero' dai desisto un pochino anche qui, anche io uso la rete, ho un blog, ho un account twitter (a proposito ma a che cosa gioverebbe avere un account in cui puoi postare al massimo 140 caratteri? A scrivere boiate non troppo lunghe?), leggo i quotidiani on line, ho l`ipod, gli i-tunes ho debellato dalla mia vita praticamente tutti i supporti per musica e film, gia' quando vivevo in Italia non compravo quasi piu un quotidiano etc etc etc... va bene, questo alla rete lo concedo, arrivo al compromesso sin qui, pero' su una cosa non transigo, a costo di essere chiamato retrogrado, trombone, romantico, nostalgico, conservatore, persino troglodita: i "miei" libri. E si perche' quelli non me li dovete avvolgere nella profilassi dell`e-book (poi questa mania degli anglicismi ad ogni costo e` una vera vergogna), in questo scatolone di plastica e cristalli liquidi ove scarico con un click ogni cosa: dai romanzi di Bufalino, alle commedie di Pirandello, al saggio su Aristotele, alla Storia del periodo vattelapesca, all`autore emergente che 8 volte su 10 e' una cagata, al libro sul controllo dei reattori a flusso continuo. Perche' per me ogni libro e' un pezzo di vita che comincia nella libreria che ho visitato per comprarlo, lo stato d`animo che avevo nello scieglierlo li' e non in un altro posto, le sottolineature che ci aggiungo, le rimarcature, gli appunti che ci scrivo sopra, le matite o le penne che uso per sottolinearlo, le gioie e i dolori che a questo oggetto-feticcio ho trasmesso con gli stati d`animo che ho vissuto mentre lo leggevo o quelli che avevo a prescindere da essa, le gocce di sudore delle mie mani mentre ne giravo le pagine, gli starnuti che ci ho riversato sopra, gli odori dei treni, delle navi e degli aerei che lo hanno impregnato nelle mie avventure, i profumi delle mie fidanzate adolescienziali, e quello di mia moglie ora, i profumi del cibo che lo hanno intriso mentre leggendo qualcuno cucinava durante le mie mattinate letterarie. I libri non sono semplici supporti come lo possono essere altri oggetti dediti alla trasmissione del sapere, della cultura e della bellezza, sono dei ricettacoli di vita!!! Mi capita ogni tanto di tornare a casa dei miei e nel vedere qualche volume letto anni e anni fa, vedo trasalite alla mente momenti stupendi e grigi (ma egualmente importanti) della mia vita, gli anni, i mesi, i giorni impiegati per leggerli, il minuto adoperato nella loro scelta, le persone che mi erano accanto, reali e desunte dalla pagina letta, sensazione che ritorna in me, solo sfogliando con tutta la volgarita` sensoriale del grossolano tatto, o del piu` fine olfatto, o della piu` sublime vista, solo sbirciandone a volte il dorso. Ebbene patiti della tecnologia, spero che l`ultima vostra dea pagana da venerare vada a finire nella geenna del dimenticatoio, lasciatemi i miei libri, quelli letti e soprattutto quelli (spero decina di migliaia) ancora da leggere!

mercoledì 14 dicembre 2011

Natale in Canada

Chiedo venia per il titolo vanziniano!
Quest’anno ci apprestiamo a passare il Natale per la prima volta in Canada, per me sara’ anche la prima volta lontana dall’Italia e dalla mia famiglia di origine. Lo scorso anno, lasciammo la terra degli aceri nei primi di dicembre, gia’ un metro di neve aveva riempito le campagne, le strade, i giardini delle casette in stile vittoriano e il tutto ci parve fuori da ogni concezione umana. Partimmo con un sapore dolceamaro, quasi felici per lo scampato pericolo di restare nella nostra casetta isolati dal resto del mondo per via di cotanto biancore dal cielo (sto esagerando scusate!... pero’ e’ bello vedere le facce dei tuoi interlocutori quando dici loro che hai visto una nevicata da un metro in meno di 48 ore), un po dispiaciuti perche’ ci sarebbe piaciuto vedere come i canadesi si preparavano a vivere questa festa, contenti perche’ si tornava a casa dopo tanti mesi lontani. Quest’anno siamo qui e notiamo come la gente si diverta ad allestire il proprio alberello di Natale e in molti casi anche il presepe nel giardino di casa, giardini che quest’anno per miracolo non presentano ancora il consueto manto bianco. E’ bello vedere come i bimbi, i veri “proprietari” di questo paese, si divertano ad addobbare di luci e oggetti vari i loro giardini, che di sera sembrano illuminati a giorno. Lo so, in Canada si fa uno spreco allucinante di energia elettrica, a noi europei cio’ puo’ suonare politically incorrect, pero’ qui funziona al momento cosi’. L’effetto e’ comunque molto piacevole, molto bucolico, a tratti sembra di tornare un po’ tutti bimbi, e ti vien voglia di fotografare tutte queste minicartoline natalizie e di conservarle nei tuoi ricordi. Se viaggi nei paesini dell’Ontario in questi giorni, con le campagne spoglie dai loro raccolti di grano, fieno, granoturco, ma non ancora di neve, sembra di attraversare un paesaggio autunnale da poesia di Leopardi, con colori naturali che virano dal verde al marrone, con le farm che espongono fuori i loro trattori, le loro trebbie e ogni tipo di macchinario agricolo, quasi a fare bella mostra e sfida verso il “cattivo tempo” che non arriva, quasi a marcare il territorio da parte dell’uomo nei confronti della natura che al momento sembra essersi presa una tregua. Entrando nei paesini di questo lembo di terra avvolto dagli Stati Uniti, noti come ci siano tante botteghine condotte a livello familiare che vendano prodotti artigianali, ma anche cibo, a volte anche tutto insieme, e ti accorgi che se e’ vero che il Nord America ha imposto al mondo i modelli commerciali su grande scale, e’ anche vero che riesce a preservare, specie nelle sue campagne, una dimensione di vita ancora fatta di piccole cose che mi ricorda molto i paesini del Sud Italia di quando ero piccolo. Proprio ieri, entro in una bottega (ricavata nel pian terreno di una casa in stile vittoriano) in cui ad una signora che serve al banco si affianca sua figlia che nel retrobottega preparava splendide torte profumate. Di lato hanno una stanzetta in cui tra luci e pupazzi in Christmas style trovi tavolini per consumare quello che loro preparano per il pranzo, nel mentre si affacciano al loro bancone camionisti in cerca di un boccone caldo da mandar giu’ prima di avventurarsi alla frontiera e stare al freddo dei loro abitacoli, in attesa dei controlli della dogana, signore di una certa eta’ che vanno a compare il pane o il latte. Il Canada mostra tutta la sua carineria in queste piccole cose. E’ un paese che non riesce ad assurgere alla bellezza dell’architettura e dell’arte europea (che molte volte si tramuta in snobismo e campanilismo ottuso da parte dei suoi abitanti), anche nei modi di pensare l’urbanistica e la vita sociale delle citta’ (fatta eccezione Montreal e forse nemmeno a Toronto)difficilmente si va alla ricerca del concetto di eleganza e bellezza, per cui tutto sembra cosi’ sospeso tra natura e civilta’, bellezza e bruttezza, una sospensione delle menti e delle anime che trova nel concetto di "carino" il minimo comune denominatore per fare in modo che tutti si sentano a casa e accolti. Ma tornando a quella bottega, entro nella stanzetta, mi siedo ad un tavolino di fronte alla luminosa finestra addobbata a festa, e godendomi quella poca luce di questi giorni di autunno, mentre mangio il mio panino, una signora entra nella stessa stanza, sorridendomi mi saluta, guarda i grembiulini per bimbi che sono esposti a qualche metro dal mio tavolo, molto probabilmente cuciti da qualche altro familiare della signora del banco, saluta garbatamente augurandomi buon appetito e va via... pochi minuti dopo tra un boccone e un altro, arriva la figlia della proprietaria del negozio, mi chiede se desidero dell’altro caffe’, e che se voglio posto restarmene tranquillamente al tavolo senza problemi sorseggaindo senza alcuna fretta il caffe' che mi resta. La ringrazio per la sua gentilezza, le dico che purtroppo devo tornare a lavoro e prima di andar via getto un ultimo sguardo dalle finestre la cui luce filtrata dagli addobi natalizi sembra ancora piu’ forte. Abbandono la stanza, mi dirigo all’uscita, e vedo questa strana fila di camionisti e vecchiette in ordine, senza che nessuno urli, senza che nessuno maledica qualcunaltro o maledicendo questo o quel governo, educatamente mi accompagnano all’uscita con quello sguardo tra il bonario e il gentile. Mi metto in macchina, e con una musichetta di sottofondo molto country, attraverso questo piccolo paesino e le campagne. Tra un trattore e una sagoma della Madonna tra campagne e giardini, campanili e fienili, mi sembra di essere tornato indietro di 30 anni. Penso: Non sara’ come stare a casa in Puglia, o come passeggiare tra i monumenti del Guarini, ma di certo a Sabaudia City non ho mai assistito a tanta cordialita’ e rilassatezza in pochi metri quadri. Anche in questo il Canada mi ha insegnato qualcosa: essere snob e scorbutici non serve ad un cazzo. Take it easy!

lunedì 5 dicembre 2011

Un poliziotto da happy hour (?)


Ammetto che la passione per il cinema, ricollegandomi al post precedente, e’ nato a Torino, un po’ perche’ avevo poco tempo per leggere negli anni dell’universita’, un po’ perche’ Sabaudia City e’ una citta’ cinematografica, un po’ perche’ per gli squattrinati studenti universitari e’(era) un divertimento abbastanza economico. Prima pero’ di immergermi nella cinefilia piu’ snob ed estrema, i miei gusti cinematografici erano abbstanza naif o per tirarla all’osso quasi dualistici... il cinema per me sino ai 18 anni era un pendolo che oscillava tra Sergio Leone e i film di OO7.
I film della spia piu’ famosa del mondo mi piacevano, perche’ per quanto esotici, per quanto turistici e folcloristici (per via delle location sempre fighissime in cui venivano girati, nonche’ per l’alta concentrazioni di belle donne che facevano da spalla a big Sean) parlavano quasi sempre di come il male e il bene cercano di spartirsi le sorti del mondo. In tutti quei film era ben evidente da che parte stava l’uno, da che parte stava l’altro. Non ti ponevi grossi interrogativi esistenziali, smangicchiavi una bella focaccia o dei pop corn mentre ti “degustavi” anche il film, andavi a letto contento e con la pancia piena.
Quelli di Leone, no! Erano all’opposto. I personaggi erano tutti, su diverse gradazioni cattivi, il bene era un concetto vago quanto quasi intangibile (tanto che forse in uno dei suoi titoli, dovette forzatamente –a mio avviso- introdurre la dizione buono nei confronti di uno dei suoi personaggi, che era meschino quanto meno quanto gli altri), si parlava poco, si parlava quasi per aforismi surreali (soprattutto nella trilogia del dollaro) si sfiorava in alcuni casi un ridicolo involontario (senza peraltro essere mai ridicoli) che tanto faceva da faccia di bronzo per tutti quelle figure al limite tra la commedia dell’arte e il teatro dell’assurdo. Inutile dire che nonostante si parlasse poco, in quei film stavo zitto, e mi dava fastidio oltre al ronzio della mosca, anche il semplice masticare di un chewgum del mio prossimo.
Eravamo come vediamo quasi agli antipodi: il ciarliero ed elegante 007 da una parte, l’uomo con e senza sigaro dall’altra. Immaginavo da piccolo: da grande mi piacerebbe essere un po’ l’uno e un po’ l’altro anche se era come mettere insieme il diavolo e l’acqua santa... poi mi sono arreso all’essere un quasi muto alla Eastwood, e per non tormentare il prossimo con la mia logorrea ho aperto un blog! Il mio lato Sean credo abbia vinto, dato che come lui vagabondo abbastanza per il mondo.
Ora che sono grande le cose sono leggermente cambiate anche su altri versanti, il cinema oscilla tra tanti punti con tanti pendoli e a Sergio Leone ho anche abbinato quasi per inconscio un altro “maledetto” del cinema: Sam Peckimpah, e ammetto che quando ci sono i film di questi due registi in TV, caspita, puo’ crollare anche il tetto, mi fisso li e ripeto a memoria le batture scarne di quei movies.
L’altro giorno, mi imbatto in un film con un titolo italiano improbabile (Un poliziotto da happy hour), mi chiedo se deve essere la solita stronzata hollywoodiana, decido di vederlo, e invece cosa mi ritrovo: un grandissimo spaghetti western in salsa irlandese e contorno poliziesco. E cosi, andando avanti mi scopro i cattivi che citano Nietzsche e Schopenauer, hanno ripensamenti sulle loro vite malvagie interrogandosi maieuticamente sui significati dei loro transiti terreni, ma si guardano bene dal cambiar loro una virgola e per completare mi ritrovo un poliziotto che non si capisce se essere tonto o intelligente, ma sicuramente e’coraggioso e politicamente scorretto. Insomma per i tanti miei coetanei, abituati a vedersi “Per un pugno di dollari” almeno una volta l’anno nella fanciullezza (qualcuno a questa frase azzardera’ a dire qualsiasi cattiveria nei nostri confronti), consiglio caldamente la visione. Il finale e’ degno pero’ del miglior Peckimpah, non posso dirvi altro, perche’ titolo a parte (quando si tratta di tradurre letteralmente, ovviamente le produzioni non lo fanno) il film vi riportera’ indietro di 25 anni, con tanta soddisfazione, nonostante non si sia diventati ne gli uomini senza nome di Leone, ne le spie di sua maesta’di Fleming!