venerdì 20 novembre 2009

Anagnina caput mundi


Ieri sono stato a Roma per la quarta volta nella mia vita, ma sarebbe più corretto dire forse per la prima vera volta.
Si la prima vera volta, perché mi sono spinto per motivi di lavoro, in un quartiere a circa 2 Km oltre l’ultima fermata della metro.

Roma ha l’aria di un immenso paesone. Pur essendo la capitale della nazione, non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria di strapaese tipico italiano, e ad assumerne una immagine maestosa, imponente (leggermente austera) di una qualsiasi delle capitali europee, e forse proprio in questo è un sunto perfetto e plurisecolare del paese che rappresenta raccogliendone il testimone di centro amministrativo. Forse questo è lo stesso motivo per cui su di me non ha mai avuto un fascino così forte nonostante la quantità di immense ricchezze che custodisce, tanto da ritenere molto più autentica Napoli come concetto di metropoli e capitale, anche se con tutti i suoi problemi, o forse proprio per molti dei suoi problemi.

Ma tornando a Roma, appena scendi da quell’ultima fermata di metrò scopri che un’altra città si affaccia alla città, quartieri fatti di villette autonome, alcune anche carine, altre squallide. Palazzi risalenti ad un vecchio periodo in cui in quelle periferie si annidava un vecchio centro industriale e di riporto un centro abitativo ad esso annesso per i dipendenti, che tuttora conserva una certa armonia di costruzione in un quartiere che di armonico dal punto di vista urbanistico ha poco o nulla. Poi spunta un mega centro commerciale -con palazzoni abnormi intorno- che fa da punto di raccolta di ragazzini che marinano la scuola, pensionati del posto, tassisti inoperanti che si godono il sole come lucertole, spaparanzati tra cruscotto e sedile anteriore ascoltando programmi radiofonici locali a base concentrata di chiacchiere pallonare.

Scopri, parlando con la gente, il loro gergo fatto di parole che nel resto d’Italia hanno un altro senso, lì tutt’altro, come se in quei quartieri la lingua si fosse presa delle licenze, non so se definire poetiche, ma comunque licenze.

Pasolini era attratto morbosamente da questo mondo di borgate all’inizio degli anni 60, gli anni in cui il boom economico stava omologando la popolazione asfaltando ogni differenze culturale, sociale, geografica sul nome dell’identificazione di cittadini-consumatori, e forse gli unici a opporre un debole freno a questo rullo compressore, restavano proprio le borgate periferiche di Roma.

A tanti anni di distanza da quel Pasolini, la Roma borgatara, periferica, dimenticata, rappresenta benissimo l’ultimo cinquantennio di storia italica (e forse in questo il poeta friulano un pò ci aveva giusto un pò no), così come tutto il resto della città ne rappresenta i due millenni precedenti. Rappresenta un mondo di cittadini dimenticati dalla sua amministrazione centrale, che concepisce i centri commerciali come servizi al cittadino. Vive in un’apparente anarchia urbanistica, perché l’urbanistica ufficiale ha selvaggiamente saccheggiato col suo cemento vomitevole prati e campagne -piantandoci i suoi inutili centri commerciali- e chiudendo un occhio a quei pochi che con sacrificio hanno costruito le proprie casette autonome più o meno belle, perché anche anche i politici sanno che comprarsi un appartamento nei quartieri centrali è cosa da ricconi stranieri ormai, quindi meglio chiudere un occhio su chi si fa con tanta fatica una casetta in periferia.

Scopri che la politica degli intellettuali e dei caporioni delle filosofie global, qui difficilmente potrà mai attecchire, perchè la gente del centro di Roma, fatta per lo più da snob e intellettuali di ogni risma, guarda con scherno la gente delle periferie, e che quindi molti romani, si sentono romani di serie B, così come molti italiani si sentono italiani di serie B davanti ai clan che si spartiscono poltrone, sale, salotti, posti di lavoro nei centri cittadini e non.

La vera Roma, la vera capitale italiana oggi è dopo la stazione Anagnina. A chi abita tutte le periferie d’Italia, nelle metropoli come nelle province si rivolge più soltanto chi ha bisogno di sacche di voti per vincere questa o quella elezione e alcuni partiti politici hanno capito che parlare alle periferie significa vincere, altri le snobbano e quindi si autocondannano a perdere.

Quando però tutti cominceremo a prendere sul serio e ad occuparci di periferia, a valorizzarne le sue scuole, gli ambienti, la serenità, l'integrazione e la cultura ma soprattutto considerare cittadini sullo stesso livello quelli che abitano a Trastevere come quelli che abitano alla Romanina, forse questo nostro amato paese potrà cambiare e magari anche migliorare.

martedì 17 novembre 2009

Lavorare stanca


In Italia si gioca oramai a capire quale categoria abbia portato il paese all’attuale situazione di stallo e di decadenza. Non ho mai partecipato a questo tipo di stupido e ignobile gioco, anche se è indubbio che l’Italia di oggi, con il debito pubblico così alto (tra i primi tre al mondo) , che non permette allo stato centrale di fare manovre di largo respiro e di lungo termine in ogni settore dell’economia e del sociale, ha sicuramente dei responsabili.

Esiste poi un discorso di deriva culturale, già affrontata nel blog, su cui nemmeno voglio tornare, sappiamo bene, dopo un attento esame storico, la colpa di chi è, così come chi si pone questa domanda sa benissimo che un popolo ignorante, è un popolo facilmente manipolabile stando alle parole illuminate di uno dei più grandi leader della storia moderna (il Mahatma Gandhi).

Si manifesta simultaneamente a queste prime due piaghe della nazione, anche una altrettanto evidente precarietà del lavoro, non solo imputabile alla crisi economica globale -in realtà quasi solo occidentale (roba dell’ultimo anno), poiché chi già stava peggio continua a restarci, i colossi emergenti continuano a tenere posizioni di riguardo del mercato- e alla voracità di certi industriali, ma a certi atteggiamenti di coloro, che nati qualche decennio prima della generazione mille euro hanno considerato il lavoro come qualcosa di ovvio, scontato, parcheggio, attesa della pensione, sfruttamento delle risorse, assenteismo giustificato con protezioni di vario tipo.

Dalla definizione del lavoro che nobilita l’uomo, si è arrivati a poco a poco, in molti luoghi di lavoro e in parecchi individui all’assurto: “Il lavora debilita l’uomo”. E’ indubbio notare che il paese è ancora pieno di fannulloni che vivono affianco a precari che potrebbero essere loro figli per questioni anagrafiche, e che non hanno un momento di ritegno e vergogna nel considerarsi dei privilegiati, quando il loro collega precario è costretto a lavorare anche per lui, che avendo il posto fisso e l’impossibilità legale a essere preso a calci in culo per il suo maleodorante fancazzismo, per via di tutele che in un paese normale andrebbeo bene, ma che in Italia in molti casi qualcuno ha usato per scopi meno nobili, magari con un doppio lavoro (che diventava in realtà vero lavoro, se non unico effettivamente compiuto).
E’ triste notare che nel dibattito politico e culturale, nessuno dica che una intera generazione ha avuto tra le sue componenti tantissimi fannulloni a posto fisso, che sono una delle cause, per cui i datori di lavoro, sia nel privato, che nello statale, hanno ricorso a forme di reclutamento attuali dei giovani che sono ai limiti dello sfruttamento.
Molti, nella generazione che ieri il “Corsera” definiva dei fortunati (per motivazioni storiche, essendo nati nel dopoguerra, essendosi inseriti nel mondo del lavoro negli anni del boom, e che ora si pensionano prima che il sistema pensionistico esplodi) hanno usato il lavoro, non dandogli nessun valore, né di nobiltà dello spirito, né di servizio al prossimo, né di utilità sociale, ma solo un metodo per avere quei pochi o tanti soldi per campare, quasi come diritto ad un assegno di mantenimento finchè pensione non arrivi.
Con ciò non mi riferisco al solo lavoro dipendente, ma anche a molti lavori autonomi. E’ facile oramai vedere nelle città esercizi commerciali che fanno orari tra i più disparati, tanto da trovare negozi chiusi quando in realtà sono orari in cui potrebbero stare benissimo aperti (chennesò lunedì mattina), tanto oramai si ragiona: il lavoro serve per fare soldi, a me cosa menepuòfregare di dare un serivizio alla comunità se io il giorno prima ho venduto per tre giorni!

La deriva con cui si è visto il lavoro, mero fine per intascare soldi, al di là di quello che io lavoratore do come contributo, è a mio avviso una delle cause più devastanti, che ha distrutto tanto di quello spirito civile di questo paese, che già tanto ragiona in termini di famiglie e clan, quindi poco incline a discorsi un pelo più ampi di benessere comune e sociale.

Dedico questo post, a tutte quelle persone nate nella generazione dei fortunati, che ha adempiuto il suo lavoro con onestà, sacrificio, dovere nei confronti di se stesso, del proprio datore di lavoro, e della comunità, e che molte volte ha assistito alla difesa ingiustificata di fannulloni, e in alcuni casi è stati preso in giro dai fannulloni stessi perchè svolgeva coerrettamente le sue mansioni.

venerdì 13 novembre 2009

Train by train


La mia vita è stata piena di treni. Da 14 a 19 anni questo mezzo di spostamento l’ho usato quasi tutti i giorni per andare a scuola, dal mio paese a Martina Franca. Erano i treni delle Ferrovie Sud Est, ferrovie locali pugliesi che servono le province di Taranto Brindisi e Lecce, con treni che erano più o meno fatiscenti, ma sempre puntuali. Fermavano in ogni paesino possibile, andavano a gasolio, erano pieni di studenti ma non solo. Su quei treni ho ricordi bellissimi della mia adolescenza. Anni dopo la maturità mi è capitato di fare con le FSE un : “Martina Franca – Lecce” solo andata, e con le FS il ritorno. Vi lascio immaginare che ovviamente andava molto meglio la prima compagnia. Chi come me ha vissuto veramente cosa è il Sud, sa benissimo che lo stato funziona sempre peggio di ogni altra cosa al di sotto di Roma.

Poi ho cominciato a frequentare la Freccia Adriatica per fare su è giù Taranto-Torino, il treno espresso della notte, quello che attraversa la costa adriatica. Era pieno di ragazzi speranzosi per il futuro, ma anche di pensionati che tornavano saltuariamente nelle proprie terre di origine, una volta abbandonato l’ufficio o la fabbrica a Torino. Correva l’anno 1996, 1997, 1998, 1999, erano gli anni dei miei sogni, quelli che nessuno poteva toccare, quelli in cui speri oltre che al tuo futuro, anche a quello del tuo paese e del mondo in cui vivi auspicandotelo sempre migliore.
Sui treni parlavamo, noi coetanei universitari di ingegneria, matematica, lettere e mischiavamo i nostri sogni ai racconti di vita dei sessantenni operai, tecnici, impiegati calabresi, pugliesi, abruzzesi; vedevamo il mondo come quell’ eterno pendolo che oscilla tra due poli (non solo quelli di Schopenauer, forse anche di altri più ottimistici).

Con gli anni i treni sono diventati una tortura. Non cambiavano mai, erano sempre gli stessi, solo più sporchi e puzzolenti (quelli della notte). Di giorno invece i magnifici Eurostar, dapprima costosissimi e veloci, poi col passare del tempo lenti come gli altri però pur sempre costosi.
Cambiavamo noi passeggeri, cambiava l’Italia, cambiava il mondo. Cambiavamo noi passeggeri che da studenti diventavamo adulti precari nel mondo del lavoro e molti sogni -come da sempre accade a chi entra nel mondo dei grandi- si assottigliava. Cambiavamo noi passeggeri perché al dialogo con il dirimpettaio e al passeggero di fianco si sostituivano sempre di più gli I-pod e i computer portatitili, ottimi per farsi dei bei viaggi chiusi nelle cuffie.
Cambiava il nostro paese, sempre più avvolto in una spirale di deriva sociale e culturale (prima ancora che economica) preoccupante.

Ma due sere fa, su uno di quei treni della dorsale adriatica, trovo seduto innanzi a me un signore di cui non riuscivo ad individuare l’età… sembrava che di anni ne abbia 40, forse 50. Era enorme, grosso, con una faccia buona. Io ero chiuso con il mio computer, poi col mio libro, da Bologna sino ad Alessandria. Poi mi concedo alla sua attenzione. Ascolto, ha un accento dell’est Europa. Mi sforzo di capire da dove viene. Ad un certo punto, dopo la lamentazione oramai comune a tutti della penuria di lavoro, subentrano descrizioni di vite violate dalla guerra, di famiglie sterminate dalla violenza, della dignità umana calpestata con la malvagita' più nera.
Scopro che è un profugo Kosovaro, che in realtà ha pochi anni più di me, che sulle spalle ha già una famiglia con tre figli.

Gli anni brutti, inenarrabili da parte di chi come me quella violenza l’ha solo sentita da un racconto, lui l’ha vissuta in quegli anni in cui ho iniziato a transitare l’Adriatico con il treno. Quell’Adriatico che lui vedeva dall’altra sponda e che raccoglieva i fiumi di sangue che scorrevano dall’altra parte.

Ad un tratto mi sono accorto che quel pendolo oscilla sempre, tra la morte e il dolore, come diceva Arthur, però quel ragazzo quel coetaneo, aveva ancora la forza di sperare nel futuro, di parlare commuovendosi, di ascoltare e confrontarsi con un altro essere umano, dopo che altri esseri umani avevano distrutto la sua famiglia di origine, la sua terra, molti dei suoi sogni.
Forse quel maledetto pendolo oscilla anche tra la speranza e la carità, le due virtù che in questo periodo forse noi tutti dovremmo stringere forte alle nostre menti e al nostro cuore, perché la tormenta passi e si possa ricominciare da capo. Con serenità.

lunedì 2 novembre 2009

Alda: un fiore nel deserto dei fumi



Ammetto che non ho mai letto nessuna poesia della poetessa Alda Merini, scomparsa ieri, nella desolazione degli ospedali che avevano costellato la sua traversata terrena.
Eppure sento che qualcosa mi lega a lei, un filo invisibile, un sottile soffio di quel mare che anche lei ha respirato per pochi anni, in una città che muore ogni giorno per via di quei veleni che la ammorbano.

Un angolo d’Italia, che come tanti altri, purtroppo tantissimi, vede ogni giorno riversarsi nei suoi cieli, nelle sue acque, nella sua terra, il residuo di un mondo oramai sull’orlo della depravazione più totale. Non sono parole forti, assolutamente, perché un territorio che si ammala di inquinamento, è un territorio che perde ogni valore, dove diventa difficile poter insegnare ai propri figli cosa è la morale, perché la prima morale e il primo insegnamento etico che bisognerebbe rispettare, cioè la natura, viene costantemente stuprato e violentato ogni giorno dalla selvaggia avidità di denaro di quei mostri (non solo industriali) che l’Italia ha partorito nel post boom.

Taranto è lo stesso pezzo d’Italia che ogni volta che giriamo l’angolo anche dietro casa, vediamo costantemente deturpato da uno sviluppo e da uno sfruttamento di terra, e risorse che non hanno più ragione di essere, perché in questo nostro paese, si è pensato solo e soltanto al dio denaro in questo ultimo quarantennio: il fine che giustifica tutti i mezzi calpestando ogni piccolo fiore donataci dal Grande Creatore, ogni valore umano e divino che nel cuore, nella mente e nell’anima portavamo sin da bambini, forse ancor prima di incarnarci.

A Taranto la sua popolazione respira di quell’aria fetida, beve di quell’acqua impura, si nutre di prodotti e cibi intaccati nel loro ciclo naturale dai fumi della combustione del carbon coke, dalle diossine, e da ogni specie infausta di idrocarburi incombusti. E poi vedi molti dei suoi cittadini ammalarsi di ogni sorta di male, tumore, infezione: in ogni famiglia c’è’ un dipendente di quella maledetta fabbrica e un ammalato di cancro. Sembra che il prezzo da pagare per quel posto di lavoro, sia l’avere sulle spalle un familiare morto o devastato dal male.
Per chi non vuole stare a questa regola selvaggia, resta come al solito l’unica change possibile per chi è nato al di sotto di Firenze: l’emigrazione.

Alda Merini, con Taranto, scelse la variante opposta: l’immigrazione; in questa terra lontana -ma poi neanche tanto- dalla sua Milano. Immigrata per amore in una città di provincia che non aveva di certo l’apertura europea della città meneghina, nè le possibilità editoriali di una metropoli ricca come il capoluogo lombardo. Ma appunto in questo la lucida follia di Alda, quella che le fece scrivere, credo, le sue pagine più ispirate, e frequentare suo malgrado le cliniche psichiatriche; la rendeva unica e magica, poetessa e musa, di un mondo, il suo, pieno di angeli e demoni, che non ha perso ancora la speranza che i fiori possano continuare a crescere sui prati di quella Murgia che si intravede dai palazzi della città vecchia e della città nuova, di quel mare che è sempre fermo e immobile come una lastra di ghiaccio.

Qui la Merini trovò un amore transitorio e l’inferno di un ultimo internamento, ma la sua permanenza e la sua presenza, sono sicuramente un augurio e una speranza a tutti coloro che avendo perso lo sguardo verso il domani, nella sua poesia possano cogliere il germe del cambiamento.
A Taranto ha vissuto la prima metà degli anni 80 -quando già quei fumi ci stavano avvelenando- una delle più alte espressioni della letteratura italiana contemporanea; anche se non ho mai letto nulla dei suoi scritti ne sono sicuro.

Oggi giorno dei morti, dedico questo post, a una donna, che ha saputo trovare nella sua ispirazione, la rivoluzione contro un mondo avaro, morendo nel giorno dei santi, così come dedico queste righe a tutti coloro -purtroppo tanti- che per via di quella fabbrica hanno perso la propria vita.

domenica 25 ottobre 2009

Saturno congiunto



In questi giorni sto leggendo un libro dello psicanalista statunitense Brian Weiss, uno degli attuali pionieri mondiali nel campo delle guarigioni attraverso terapie di regressione in vite passate. Capisco che la reincarnazione e' una teoria sulla vita e sulla morte, che in Occidente, ha avuto parecchi secoli di avversione, e che tuttora e' avvolta da un alone di scetticismo; ma cio' nonostante, al di la' del credere o meno in questa ipotesi sull'immortalita' dell'anima (che comunque l'Occidente aveva fatto sua soprattutto coi filosofi dell'Antica Grecia, partendo da Socrate e amplificandone in vette di saggezza e poesia la parte piu` mistica con Platone e il Neoplatonismo), trovo che l'autore abbia avuto dei lampi di illuminazione ed empatia con lo spirito dei suoi pazienti che raramente si scorgono nelle persone comuni.

Le considerazioni piu' importanti che Weiss, esplica in "Molte vite, un solo amore", si basano sulla costatazione che la vita di ciascun essere vivente e' cadenzata e costellata da periodi di forte frustrazione, tristezza, depressione, intervallati da periodi di apparente stabilita' e monotonia, cosi' come dall'arrivo di momenti di lucidita' che preludono a riconoscimenti importanti, incontri destinici e significativi, amori, vittorie, desideri che si realizzano.

La nostra attuale societa' ha oramai amplificato a dismisura solo i momenti di splendore delle vite di persone comuni e di persone importanti, riducendo a mera casualita' se non addirittura a iattura i periodi di contrazione, dolore e tristezza, svilendone i loro significati e la loro importanza... in alcuni casi si e' addirittura cercato di affibbiare il significato di patologia a degli stati dell'essere che in altre epoche e in altre culture erano e sono reputati totalmente salutari allo svolgimento di una vita, al suo accrescimento mentale, spirituale e fisico, all'evoluzione.

L'astrologia che in Occidente aveva trovato un terreno di nascita, fioritura e luminescenza, e che causa l'ondata di acidita`positivistica e le prese di distanza sempre piu' filoscientiste da parte della religione ufficiale (che comunque con San Tommaso d'Aquino aveva dato ampia prova di duttilita`,elasticita` e capacita` sincretica) ora viene annoverata tra le teorie piu' insulse (causa anche la non propria corretta esposizione di molti dei suoi praticanti), grazie ad un simbolismo di notevole impatto aveva delineato questa ciclicita'.

Chi ha dimestichezza con le simbologie astrologiche (ma anche chi non ce l'ha) sa benissimo che in basa alla propria data ora e luogo di nascita, il sole, cade in una determinata costellazione, che identifica il segno solare di nascita di ciascun essere, motivo che ci permette di andare in giro a dire che: "sono gemelli, capricorno, sagittario etc.." . Oltre che il sole anche gli altri pianeti, in quell'istante e in quella latitudine, cadono in determinate costellazioni, assumendo caratteristiche ben precise, anche rispetto ai rapporti angolari che hanno tra loro. Ma tornando alla simbologia, l'astrologia non si limito' al disegno del cosiddetto cielo natale o carta astrale, la quale poteva essere letta e dare un'interpretazione della struttuta psichica, fisica e spirituale dell'essere incarnatosi in quel preciso istante di infinito, ma anche una lettura dinamica di relazione dell'individuo con alcuni cicli esistenziali che l'essere avrebbe vissuto. Quest'ultima prerogativa e' stata la croce e la delizia di questa disciplina, la quale se adoperata correttamente puo' ben spiegare a donne e uomini il perche' ci arrivino delle prove importanti in determinati periodi, oppure puo' condurre a quello che attualmente è l'oroscopo da giornale di pettegolezzo il quale prevede ogni sorta di cazzata.

Ma cercando di chiudere il cerchio iniziato a disegnare citando Weiss, diro' subito che la lettura dinamica di un cielo di nascita, va fatta soprattutto cercando di legare le posizioni che il pianeta Saturno (simbolo delle difficolta', delle avversita', delle perdite, della durezza e dell'ascesi) assume nella sua orbita, rispetto al sole di nascita, posizionato proprio li', in quel segno (ma non solo) con cui noi ci identifichiamo. Il ciclo che Saturno compie per attraversare tutto lo zodiaco, consta di 22 anni circa, durante questa "circonvoluzione", nel momento in cui si sovrapporra` diventando angolarmente coincidente al sole di nascita della persona in questione, arriveranno nella vita di quest'essere, dei momenti di difficolta', cambiamento, perdite di vario tipo; tutte situazioni apparentemente negative, che di solito fanno gridare al destino infame, o al fato nemico, ma che in realta` sono base essenziale per morire negli involucri precedenti che ci proteggevano, per aprirci al nuovo, rinascere, fiorire... in poche parole evolverci, ampliando i nostri limiti di coscienza.

Tutto cio' che nasce dal dolore di Saturno, ha la qualita' della stabilita' e della sicurezza... un pianeta-simbolo capace di far soffrire, ma di rendere "eterno" tutto cio' che da lui puo' scaturire.

Tutti abbiamo avuto e avremo momenti in cui quel Saturno transitera' nella posizione del nostro sole di nascita, in quei momenti, dovremmo imparare a capire l'instabilita' di tante cose superflue che abbiamo, decidere di lasciarci andare e aprire il nostro cuore e la nostra anima ad un destino piu' grande di noi, che avendo il senso dell'umorismo, come dice Woody Allen nel suo ultimo film, sapra' donarci qualcos'altro, un di più.

sabato 17 ottobre 2009

Cantando sotto le foglie che cadono


Ho sempre amato l'autunno piu' di qualsiasi altra stagione dell'anno. L'ho sempre trovata venata di una dolce poesia, forse per i colori dorati che sa regalare per via delle sue foglie che svolazzano tra le strade di citta' e quelle di campagna.

Lo so'. L'autunno e' triste. Non ha la gioia fiorita dela primavera che ti chiede di aprirti al mondo e di uscire dal letargo dei mesi invernali, ne' il caldo gioioso dell'estate che a volte ti costringe ad uscire e divertirti ad ogni costo, ne' la costrizione inversa che il freddo dell'inverno ti impone con le sue lunghe giornate buie.
Ma al di la' degli aspetti climatici, paesaggistici e pittoreschi, l'autunno ha qualcosa di magico, che ogni anno che passa nella mia vita sembra diventare sempre piu' prezioso.

La frase fatta/luogo comune: le mezze stagioni non esistono piu', con l'autunno per me e' abbastanza vera. L'autunno serba in se quella propensione alla preparazione e alla riflessione che le altre stagioni non hanno. Ci si prepara al gelo di dicembe e gennaio godendo dell'ultimo sole forte dei mesi di ottobre, delle passeggiate lungo i viali alberati che poi non avranno piu' la bellezza rigogliosa dell'estate. Si procede a passi lenti, per godere ancora di piu' di quel poco che resta, ci si imbarca nei pensieri goderecci di quello che e`stata la vita fino a poche settimane prima.
Quando poi la mattina ti svegli e aprendo la finestra ti accorgi che una leggera foschia avvolge la citta', ti senti immediatamente piccolo e finito, scopri il leggero fresco di una stagione che non pensavi potesse piu' arrivare, e sentendoti improvvisamente minuscolo, decidi di stringerti ancora di piu' in quelle spalle che ora vengono avvolte da un giubbotto e che prima lasciavi scoperte a guardare a parlare col sole.

Chiudendosi nelle giacche, nelle camicie, nei giubotti, nei primi berretti e avvolgendosi nelle sciarpe ci si accorge che la propria misera finitezza e' un barlume di luce, il riflesso di un cielo che si dona sempre meno ma che tornera' a splendere, qualcosa che ha necessita' di cambiare e morire, perche' quanto prima rinascera`ancora piu' lucente, ancora piu' bello.

Il sabato del villaggio di Leopardi, sin da piccolo l'ho collocato in un sabato di ottobre come questo. La donzelletta saliva col suo cesto d'uva, il paese si preparava alla festa, qualcuno era alla finestra assaporando ogni istante di un paesino-universo che in gesti ancestrali esorcizzava la paura della morte, la speranza per la vita la certezza che nulla e' fermo, ma che tutto diviene.

mercoledì 14 ottobre 2009

In viaggio tra cinema e letteratura




Quando si parla di viaggi, molto spesso nella mente vengono in mente le immagini di posti esotici dove andarsi a rilassare per le vacanze, oppure le cartoline di città d’arte dove trascorrere piacevolmente tra musei, parchi, strade rinascimentali o medievali qualche sollazzevole ponte lavorativo/scolastico.
All’inizio del secolo appena passato, alla parola viaggio si abbinava la speranza di una nuova vita e di un nuovo lavoro per molte delle genti che dalla nostra penisola si spostavano in altri continenti; esodo che si è riproposto anche nel dopoguerra soprattutto per le popolazioni del Nord Est e del Mezzogiorno d’Italia.
Varrebbe la pena ricordare in questo caso un film dimenticato “Pane e cioccolata” di Dino Brusati interpretato da un grande Nino Manfredi che ben descrive il concetto di emigrazione con comicità venata di forte malinconia.
Se diamo però, un’occhiata al panorama della letteratura del solo Novecento, riusciamo a ricavare una gamma certamente più ampia dell’immaginario legato al tema viaggio.

Uno dei cult assoluti del genere non può che essere “On The Road ” di Jack Kerouac, interminabile serie di viaggi che dalla East alla West Coast, dal Nord al Sud degli States, diventano il leit motiv della vita del protagonista del romanzo, accompagnandolo nella sua fuga dalla realtà, nella disperazione e nella noia quotidiana. Il viaggio viene qui inteso come compagno di vita, amico, fratello, messa a terra su cui scaricare le frustrazioni della vita, nonché amplificatore delle speranze da accrescere nel proprio stato d’animo ammalato di disperazione. E quale mezzo migliore in questo on the road, se non le lunghe auto laccate, che diventano le ali per questo modus vivendi di eterno vagabondaggio per le Route e le Highway assolate nei deserti del MiddleWest. Il cinema americano ha attinto a piene mani da questo modello e soggetto letterario per dare alla luce dei capolavori altrettanto famosi e affascinanti. Forse il più importante di tutti è “Easy Rider ” di Dennis Hopper, o il mitico “Gioventù bruciata” con James Dean, autentici affreschi di una generazione cresciuta col mito del vagabondaggio, impregnata di quel male di vivere che così bene espresse nella poesia italiana Eugenio Montale. Esempi eccellenti sono ancora “Giungla d’asfalto” che segna il debutto nel cinema di Marylin Monroe, “La Rabbia giovane ” di Terrence Malick road movies che hanno anche altre tematiche di sottofondo ma che condividono con i primi citati il concetto di viaggio-fuga.

Se invece ci rifacciamo al concetto di viaggio come speranza, varrebbe la pena menzionare il poliedrico cileno Alejandro Jodorowsky autore di una stupenda iperbole surrealista sul tema, il titolo italiano della sua opera in tema è: “Quando Teresa si arrabbiò con Dio”. Una biografia in versione fiabesca e fantastica delle ascendenze dell’autore di origine russa, il quale partendo dal ramo paterno e materno del proprio albero genealogico, descrive con maestria le avventure tristi e comiche, grottesche e paradossali alle quali i suoi bisnonni e nonni assistettero come protagonisti o spettatori, nel tragitto in nave dall’Europa sino a Buenos Aires (ramo paterno) Valparaiso in Cile (ramo materno), passando poi con l’aiuto di asini e cavalli, o semplicemente a piedi, nell’attraversamento delle desolate lande della Pampas e nel travalica mento degli innevati pendii delle Ande, alla ricerca di quell’introvabile terra promessa che potesse dare la speranza di una vita dignitosa (da segnalare non a caso le origini ebraiche della famiglia dell’autore).
Ma anche in questo caso il viaggio assume un significato e una meta diversa da quella di partenza divenendo nel prosieguo della narrazione, mezzo per la scoperta del proprio destino, della propria fede; lente per ingrandire le miserie di zingari, meretrici, nani, pastori, lestofanti, faccendieri, poveridiavoli e ballerini. Un percorso che si popola di comparse eccentriche le quali si stampano nelle vite dei protagonisti come macchie indelebili su un vestito bianco ed immacolato… Il viaggio come cambiamento permanente del proprio ego, fino al suo annientamento e al raggiungimento di quella terra promessa che è l’illuminazione dell’anima dei protagonisti o la perdita completa della stessa. Come non ricordare ancora, nel panorama latino-americano, un’opera mastodontica e di fascino assolutamente universale quale “Cent’anni di solitudine” del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. Un romanzo surreale e fantastico sul continente latino dove la grande famiglia Buendia vede la propria casa secolare riempirsi e svuotarsi di figli e amici, rivoluzionari e agenti federali che arrivano e partono, ritornano e si fermano rendendo possibile l’unico destino per essi predeterminato da una mano invisibile: la solitudine.
In questo romanzo il viaggio si lega ad altre chimere e obiettivi tra cui la possibilità di riscatto e di ribellione dalle condizioni di indigenza delle popolazioni delle zone interne delle attuali Colombia e Venezuela.
Non vi è ombra di dubbio che si arrivi al binomio quasi imprescindibile: viaggio-rivoluzione, ma le decine di storie e di personaggi che intorno al colonnello Aureliano Buendia e ai suoi parenti si muovono, uniscono al termine viaggio il “sinonimo” amore, oblio, rabbia, perdono, vendetta, umiliazione, sesso, voluttà. Forse mai nessuno come Marquez ha fatto assumere alla suggestiva ed enigmatica parola “Viaggio” il significato universale e immenso di “Umanità”, con tutti gli infiniti riflessi che ciascun uomo e ciascun raggio della storia vicina e lontana ha espresso in tanti millenni.

Il perenne divenire dell’uomo che diventa perenne viaggiare. Agli antipodi di questa visione “fisica” del viaggio, si erge un altro immenso autore del Novecento: Fernando Pessoa, con un principio meditativo, quasi taoista sul concetto in analisi. Nel suo “Il libro dell’inquietudine ”, diario di un immaginario impiegato tecnico di Lisbona: Bernardo Soares ; Pessoa ci regala orizzonti infiniti mai toccati dagli occhi e dai sensi, attraverso la semplice meditazione dell’oceano visto dal balcone della casa lisbonese in Via Dos Doradores. Il mezzo diventa in questo caso la mente e l’anima del protagonista che dolcemente accarezzano tutte quelle corde e quei registri di un organo infinito che Marquez faceva suonare attraverso un secolo di storia e infinite vicissitudini a tutta la famiglia Buendia. Pessoa esprime il concetto che per viaggiare basta star fermi e contemplare con saggezza tutto quello che siamo, quel centro interno a noi stessi da dove sgorgano come da una fontana eterna, le sensazioni, le gioie, i dolori e gli amori della vita, perché in fondo tutti i cambiamenti e i viaggi che gli uomini nella loro storia -e ad ogni latitudine- hanno posto in essere, altro non erano che la ricerca di un qualcosa che ognuno aveva dentro ma che non riusciva ad ascoltare.