
Ieri sono stato a Roma per la quarta volta nella mia vita, ma sarebbe più corretto dire forse per la prima vera volta.
Si la prima vera volta, perché mi sono spinto per motivi di lavoro, in un quartiere a circa 2 Km oltre l’ultima fermata della metro.
Roma ha l’aria di un immenso paesone. Pur essendo la capitale della nazione, non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria di strapaese tipico italiano, e ad assumerne una immagine maestosa, imponente (leggermente austera) di una qualsiasi delle capitali europee, e forse proprio in questo è un sunto perfetto e plurisecolare del paese che rappresenta raccogliendone il testimone di centro amministrativo. Forse questo è lo stesso motivo per cui su di me non ha mai avuto un fascino così forte nonostante la quantità di immense ricchezze che custodisce, tanto da ritenere molto più autentica Napoli come concetto di metropoli e capitale, anche se con tutti i suoi problemi, o forse proprio per molti dei suoi problemi.
Ma tornando a Roma, appena scendi da quell’ultima fermata di metrò scopri che un’altra città si affaccia alla città, quartieri fatti di villette autonome, alcune anche carine, altre squallide. Palazzi risalenti ad un vecchio periodo in cui in quelle periferie si annidava un vecchio centro industriale e di riporto un centro abitativo ad esso annesso per i dipendenti, che tuttora conserva una certa armonia di costruzione in un quartiere che di armonico dal punto di vista urbanistico ha poco o nulla. Poi spunta un mega centro commerciale -con palazzoni abnormi intorno- che fa da punto di raccolta di ragazzini che marinano la scuola, pensionati del posto, tassisti inoperanti che si godono il sole come lucertole, spaparanzati tra cruscotto e sedile anteriore ascoltando programmi radiofonici locali a base concentrata di chiacchiere pallonare.
Scopri, parlando con la gente, il loro gergo fatto di parole che nel resto d’Italia hanno un altro senso, lì tutt’altro, come se in quei quartieri la lingua si fosse presa delle licenze, non so se definire poetiche, ma comunque licenze.
Pasolini era attratto morbosamente da questo mondo di borgate all’inizio degli anni 60, gli anni in cui il boom economico stava omologando la popolazione asfaltando ogni differenze culturale, sociale, geografica sul nome dell’identificazione di cittadini-consumatori, e forse gli unici a opporre un debole freno a questo rullo compressore, restavano proprio le borgate periferiche di Roma.
A tanti anni di distanza da quel Pasolini, la Roma borgatara, periferica, dimenticata, rappresenta benissimo l’ultimo cinquantennio di storia italica (e forse in questo il poeta friulano un pò ci aveva giusto un pò no), così come tutto il resto della città ne rappresenta i due millenni precedenti. Rappresenta un mondo di cittadini dimenticati dalla sua amministrazione centrale, che concepisce i centri commerciali come servizi al cittadino. Vive in un’apparente anarchia urbanistica, perché l’urbanistica ufficiale ha selvaggiamente saccheggiato col suo cemento vomitevole prati e campagne -piantandoci i suoi inutili centri commerciali- e chiudendo un occhio a quei pochi che con sacrificio hanno costruito le proprie casette autonome più o meno belle, perché anche anche i politici sanno che comprarsi un appartamento nei quartieri centrali è cosa da ricconi stranieri ormai, quindi meglio chiudere un occhio su chi si fa con tanta fatica una casetta in periferia.
Scopri che la politica degli intellettuali e dei caporioni delle filosofie global, qui difficilmente potrà mai attecchire, perchè la gente del centro di Roma, fatta per lo più da snob e intellettuali di ogni risma, guarda con scherno la gente delle periferie, e che quindi molti romani, si sentono romani di serie B, così come molti italiani si sentono italiani di serie B davanti ai clan che si spartiscono poltrone, sale, salotti, posti di lavoro nei centri cittadini e non.
La vera Roma, la vera capitale italiana oggi è dopo la stazione Anagnina. A chi abita tutte le periferie d’Italia, nelle metropoli come nelle province si rivolge più soltanto chi ha bisogno di sacche di voti per vincere questa o quella elezione e alcuni partiti politici hanno capito che parlare alle periferie significa vincere, altri le snobbano e quindi si autocondannano a perdere.
Quando però tutti cominceremo a prendere sul serio e ad occuparci di periferia, a valorizzarne le sue scuole, gli ambienti, la serenità, l'integrazione e la cultura ma soprattutto considerare cittadini sullo stesso livello quelli che abitano a Trastevere come quelli che abitano alla Romanina, forse questo nostro amato paese potrà cambiare e magari anche migliorare.










